In vendita la Torre di Clarignano, un pezzo di storia dell’Umbria più antica e nobile. La proprietà, risalente al XV secolo, domina le colline circostanti il castello di Morcicchia, fra Montefalco e Giano dell’Umbria, ed è l’ultima testimonianza di un complesso di origini medievali appartenente ai nobili della famiglia di Clarignano, originaria di Montefalco, proprietari di un castello distrutto probabilmente nella prima metà del sec. XIV. Lo stesso, nel secolo precedente veniva considerato del territorio di Trevi, pur sorgendo a confine con Morcicchia e con il Colle del Marchese, tra Castel Ritaldi, Montefalco e Giano. Si ipotizza che il castello, di cui non vi è più traccia, sorgesse in corrispondenza dell’attuale borgo di Colle del Marchese, alle pendici dei Monti Martani.
Sul finire del sec. XII risulta fosse già posseduto in feudo dai nobili signori di Clarignano, vassalli della Chiesa che nel 1213 lo cedettero al Comune di Spoleto, scegliendo di sottomettersi al governo cittadino. I nobili di Clarignano ritenevano quel castello ancora nel 1341, quando rinnovarono la soggezione a Spoleto.
La torre di sentina, oggetto della vendita, edificata dal 1486 al 1491, fu commissionata dal Comune di Spoleto a Rosso Matteo di Francesco Balsimelli, noto con lo pseudonimo di Rosso da Settignano, autore di una delle acquasantiere del duomo di Spoleto datata 1461 e del pavimento delle navate laterali della cattedrale spoletina.
Per la costruzione della torre fu utilizzato molto materiale di recupero del semidiruto castello, di cui si fa menzione nel Compendio Istorico della vita, virtù e miracoli di San Fortunato a cura del sacerdote Stefano Monticelli, parroco di Montefalco, edito nel 1829 dalla tipografia Tomassini di Foligno:
Durò Corcurione (nome arcaico di Montefalco, ndr) sotto la protezione implorata di Spoleto fino all’anno 1212 circa, e sarebbe durato a starvi anche di più, se un nobile suo Cittadino della famiglia dei Clarignani, bramoso di essere ascritto alla nobiltà di Spoleto, non avesse cagionati dei forti motivi di controversie fra la sua Patria e la detta Città con la cessione fatta a questa del suo Castello di Clarignano, stante la quale fu impugnato il diritto, che aveva Corcurione sul medesimo per il pascolo libero, ed altro…
Del suddetto atto di vendita si ha la seguente testimonianza, desunta da un manoscritto datato 20 marzo 1213 che cita, testualmente:
Landrino, Filippo, Egigio e Ascarello, nobili di Clarignano, cedono al comune suddetto le loro ragioni sul castello e sulla torre di quel luogo.
LA NOBILE STIRPE DELLA FAMIGLIA DI CLARIGNANO
Della nobiltà della famiglia dei Clarignano da Montefalco si hanno testimonianze in diverse fonti storiche. Sempre dal Compendio sulla vita di San Fortunato si apprende:
“Cospicua egualmente un tempo fu la Famiglia dei cosiddetti Nobili di Clarignano. Fu questa Famiglia la padrona del Castello di Clarignano, non più in oggi esistente, situato fra Montefalco e Giano nelle adiacenze di Spoleto, di cui in oggi non sussistono altri avanzi, che una Torre, la quale ritiene tuttavia il nome di Clarignano. Questo feudo, essendosi donato da Landrino Clarignani di Montefalco alla Città di Spoleto per poter essere aggregato a quella Nobiltà nel 1212, fu essa vendita cagione di non pochi torbidi con la detta Città, e Montefalco per la pretensione, che aveva questo del Jus Pascendi, in detto terreno: questione che durò più di due secoli, quale poi fu combinata amichevolmente nel 1490, per mezzo di Giudici compromissari, da una parte e dall’altra, sotto il Pontificato di Innocenzo VIII, dal Governatore di Spoleto Mons. Maurizio Cibo, fratello germano del Pontefice, e dal Rettore Antonio De Alberici, Arcidiacono di Orvieto, suddelegato dal Cardinale Francesco Piccolomini di Siena.
Da questa Famiglia fiorì, tra gli altri, un tale Angelo Troili Generale di eserciti, quale chiamato dall’Imperatore Carlo V dei Nobili, servì con straordinario valore sotto il nominato Regnante, da cui meritò in seguito di essere chiamato per antonomasia: L’uomo forte e sincero, come dal Diploma dei privilegi accordatigli. Di questo Angelo Troili si legge il seguente elogio: “Angelus Francisci Troili de Nobilibus de Clarignanis, quae familia Clarignana fuit suis temporibus magnae extimationis per obitum dicti Angeli. Anno 1565”.
LA LEGGENDA DEL MAIALINO D’ORO
Una curiosa leggenda, legata dalla notte dei tempi alla torre di Clarignano, racconta che al suo interno fosse nascosto un tesoro, un’antica tradizione orale tramanda che si trattasse di un maialino tutto d’oro. La proprietà ha fatto condurre accurate ricerche storiche che hanno portato al rinvenimento di materiale a testimonianza dei lavori di costruzione, capitolato di appalto ed esecuzione con attribuzione certa al celebre architetto che operò all’interno della Cattedrale di Spoleto nella seconda metà del XV secolo.
LA PROPRIETÀ IN VENDITA
Nel 2007 l'immobile è stato sottoposto a un profondo intervento complessivo di consolidamento delle strutture principali che ne hanno salvaguardato lo stato di conservazione garantendone il consolidamento. La struttura, alta circa 20 metri con dimensioni esterne in planimetria di circa 7.5 x7.5 m, è suddivisa in tre porzioni, scandite da due volte a botte ed un solaio, di diverse altezze oltre al terrazzo dal quale si gode di una vista mozzafiato sulla campagna umbra. L’interno potrà essere ulteriormente suddiviso realizzando solai interpiano secondo l’uso e progetto che si vorrà eseguire.
La proprietà consta di totali 16 ettari di terreno circa. Sono presenti 150 piante di ulivo, per il 90% della varietà Moraiolo da cui si produce ottimo olio, 50 piante di noce di buona qualità e dimensione, circa 600 piante di abete da legno della qualità Douglasia prossimi alla maturazione. In circa due ettari di terreno dove sono presenti gli abeti, esistono dodici tartufaie con buona produzione sia in quantità e sia in qualità. La tartufaia è riservata e controllata.
PERCHÉ ACQUISTARLA
Chi farà sua la Torre di Clarignano potrà dire di possedere un monumento di notevole valenza storica e artistica, avvalorata dalla firma di un grande artista, quale Rosso da Settignano, maestro nella lavorazione del marmo e della scultura di impronta rinascimentale.
La torre, che oggi si staglia solitaria in un contesto di intatta bellezza paesaggistica, è un pezzo unico di storia e nobiltà di un’Umbria che non c’è più, ma che continua ad affascinare con le sue atmosfere e la magia d’altri tempi in un paradiso naturalistico fermo al Medioevo, dove lo sguardo spazia su vedute senza orizzonti che nutrono l’occhio e l’anima.